I Karamazov – trio della provincia trevigiana – ci tengono a presentare la propria musica come un bench saw rock’n’ roll: il “rock della motosega”. Chitarra, basso e batteria, di fatto, si scontrano senza esclusioni di colpi nel ring di “Potus?”, debut-album della band. Il termine “potus” – usato in clinica come modo alternativo per indicare l’alcolismo – è un interrogativo che il gruppo sembra indirizzare volutamente all’ascoltatore, coinvolto appieno nel giudizio finale.

“È un’ubriacatura violenta quella che i Karamazov ti sparano nelle orecchie, una sbronza da incazzatura nera che non lascia spazio a nessun tipo di tregua.”

La nervosa chitarra elettrica fa il proprio dovere; la voce graffiante e la batteria non sono da meno. Vero protagonista del disco, però, è il basso: il suono è corposo ed ammaliante, riesce a ritagliarsi un’identità ben definita nei confronti degli altri strumenti.

La scuola di riferimento sembra proprio quella del post-rock/noise-rock di fine anni ’80, primi anni ’90: i Jesus Lizard di “Head” e “Goat”, i Big Black e un’eco dei Sonic Youth più arrabbiati. A spiccare sono sicuramente “Bullshit”, il proiettile a cui i Karamazov affidano il compito di rompere il ghiaccio, e la rumorosa “The World Is A Nice Place” col suo inaspettato finale “agrodolce”: qui gli strumenti sembrano concedersi una tregua prima di tornare a picchiare duro nelle ultimissime battute del pezzo.

Il disco, di per sé, è un buon esordio: nonostante la registrazione in presa diretta, il risultato finale è da apprezzare e lascia intendere una performance dal vivo veramente d’impatto. Aspetto con curiosità il prossimo disco: un’attenzione in più alla fase del missaggio garantirà senz’altro un decisivo salto di qualità.